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Cervello razionale e cervello emotivo nella terapia Emdr

Marzo 7th, 2018

Quali sono le basi neuroscientifiche della terapia EMDR?

La domanda che molte persone mi pongono all’inizio di un percorso psicoterapeutico EMDR è la seguente: “Avere una comprensione razionale di ciò che ci succede può servirci a stare meglio?” Qual è la differenza tra cervello razionale e cervello emotivo?

In questa breve sezione proverò a rispondere alle due domande, utilizzando le basi teoriche delle nuove scoperte sul funzionamento del cervello attraverso le neuroscienze.

Il motore dei disagi psichici, lievi fino alle reazioni traumatiche, è situato nel cervello emotivo. Al contrario del cervello razionale, che si esprime in pensieri, il cervello emotivo si manifesta attraverso reazioni fisiche: sensazioni viscerali, battito cardiaco, respiro corto e superficiale, sensazione di crepacuore, voce flebile e strozzata, movimenti fisici caratteristici della rigidità, dalla rabbia e dell’impotenza.
Il cervello razionale, esecutivo, è piuttosto abile nell’aiutarci a comprendere da dove provengono certi sentimenti, per esempio: “ho paura di avvicinarmi ad un ragazzo perché durante la mia infanzia sono stata molestata da un uomo.”
Il cervello razionale, tuttavia, non elimina le emozioni, le sensazioni o i pensieri. Capire perché ci si sente in un certo certo modo non cambia il modo in cui ci si sente.

La terapia del sistema limbico

Nella risoluzione dello stress causato da disagi psicologici, l’obiettivo più importante è quello ripristinare il giusto equilibrio tra il cervello emotivo e quello razionale, così che ci si possa sentire padroni di come si risponde e di come si conduce la propria vita.
Quando siamo catapultati da uno stimolo esterno in stati di Iperarousal (“stato di iper-vigilanza” che generalmente si manifesta con tachicardia, sudorazione eccessiva, respiro accelerato, agitazione fisica e motoria, tensione muscolare, tendenza all’azione, aumento delle capacità attentive, di memoria e decisionali (es: attacco, fuga, blocco dell’azione); o di Ipoarousal (“stato di accasciamento” che generalmente si manifesta con rallentamento del battito cardiaco, riduzione della pressione arteriosa, respiro lento, assenza di energie, ridotto tono muscolare, diminuzione delle capacità attentive, di memoria e di elaborazione ragionamento (es: svenimento).), siamo spinti fuori dalla nostra “finestra di tolleranza“, da quel giusto intermezzo di attivazione emotiva che quello che ci permette di funzionare al meglio.
Diventiamo reattivi e disorganizzati e i nostri filtri sono inceppati. Finché le persone sono in Iperarousal o Ipoarousal, non possono apprendere dall’esperienza.
Anche se riescono a mantenere il controllo, sono così tese da mostrarsi inflessibili, testarde o depresse. Se vogliamo cambiare le reazioni di disagio dobbiamo accedere al cervello emotivo e attuare la “terapia del sistema limbico”: riparare il sistema di allarme “fallace” e riportare il cervello emotivo al suo lavoro ordinario. La guarigione conduce alla ripresa del funzionamento esecutivo e, con esso, alla fiducia in se stessi, alla capacità di giocare, studiare, lavorare, relazionarci con gli altri e di essere creativi.

Il neuroscienziato Joseph LeDoux e suoi collaboratori dimostrarono che la sola via conscia di accesso al cervello emotivo è quella dell’autoconsapevolezza attraverso, per esempio, l’attivazione della corteccia prefrontale mediale, la parte cervello che osserva cosa succede dentro di noi, permettendoci così di sentire ciò che stiamo sentendo (il termine tecnico corrispondente è interocezione dal latino “guardare dentro“). Gran parte del nostro cervello cosciente è dedita a focalizzarsi sul mondo esterno: si occupa di entrare in relazione con gli altri e di fare i piani per il futuro. Tuttavia, ciò non ci aiuta a gestire noi stessi. La ricerca neuroscientifica dimostra che il solo modo in cui possiamo modificare come ci sentiamo consiste nel divenire consapevoli della nostra esperienza interiore, imparando a diventare amici di ciò che accade dentro di noi.

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